12.3.08

Lotta di classe nell'Italia del XXI secolo 

A rischio di sentirmi dare del fascista ignorante, sono sinceramente convinto che l'ottica da lotta di classe non abbia vere possibilità di creare giustizia sociale al giorno d'oggi in Italia.
I confini sono cambiati troppo rispetto a una volta, e la gente non ha né la forza né la voglia per agire con una forza sufficiente sul sistema politico e sociale che la circonda; come prova del nove, continua a votare gente che detesta invece che cercare di produrre nuove formazioni per cambiare le cose e prendersi la responsabilità di quanto ne consegue. Non ne faccio necessariamente una colpa, come non la faccio a chi si astiene, ma è una scelta; bisogna però essere disposti ad accettarne le conseguenze.

Ora, in un'Italia come quella attuale volere ancora lo scontro frontale è inutile. Non abbiamo nemmeno una classe politica adatta a gestire uno scontro del genere, e siamo storicamente troppo orientati alla soluzione comoda e a breve termine (vantaggi di categoria, massimalismo peloso della sinistra estrema, ecc.) per trarne vere conquiste.
Per il principio del divide et impera continuare in un'ottica di lotta in una condizione simile significa finire il giro di chiodi nella bara della nazione.
Il problema quindi non è se la lotta di classe è bella o brutta, ma se possiamo fisicamente permettercela (sempre che siamo in grado di portarla avanti seriamente). Io penso di no.

Veltroni è furbo, questo sì. Perché dire che bisogna creare soluzioni politiche già basate sulla ricomposizione dei conflitti non è una genialata, ma dovrebbe essere una banalità. Forse il suo punto di forza è che i "dovrebbe" in Italia non funzionano mai.

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Commenti:
Ma soprattutto, nel XXI secolo ha ancora senso risolvere i problemi sociali con "lotta di classe" ? Anche considerato che spesso la definizione delle classi non è molto recente, oppure è parecchio confusa...
 
Il fatto è che la lotta di classe nasceva in una società dove la diseguaglianza non era solo un fatto ma anche una regola.
È vero che adesso la regola non viene ancora attuata efficacemente, ma io non voglio che una persona venga giudicata per il fatto di appartenere a una classe. Se qualcuno dev'essere giudicato in quanto imprenditore allora per lo stesso principio puoi giudicare uno perché è arabo o che altro. E se è ingiusto in un caso è per forza ingiusto anche nell'altro.
 
Appunto, è un qualcosa di legato ad un epoca che non è quella attuale, e che non è detto si debba riproporre "pari pari". Sentire parlare del fatto che "padroni e operai non possono essere insieme nelle stesse liste" secondo me fa un po' secolo passato. Anche perché se uno alza gli steccati della lotta di classe dalla propria parte, non può certo aspettarsi che "gli altri" stiano a guardare: in questa logica anche "i padroni" faranno il possibile per vendere cara la pelle. Non so se gli uni e gli altri, alla fine della fiera, ci avranno guadagnato.

E nel caso odierno, non si può nemmeno dire che manchino le esperienze pratiche, su dove possa portare questo tipo di mentalità, spinta all'estremo.
 
Per dirla tutta, al momento il "mondo dei padroni" tiene comunque per le palle il "proletariato" perché praticamente ogni azienda di dimensioni medie o superiori richiede una tale combinazione di competenze non solo tecniche ma finanziarie (e quindi collegate a realtà come banche ecc.) che provare ad andarci contro fermerebbe subito tutto. E questo senza tirare in mezzo WTO e tante altre strutture sovranazionali fatte apposta per blindare il sistema capitalista.
Inoltre la lotta di classe nasceva con destino rivoluzionario, l'unica ottica in cui effettivamente aveva senso. Senza un progetto rivoluzionario creare uno scontro del genere sarebbe suicida proprio per chi dovrebbe esserne il beneficiario.
 
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